Confessione di un raccomandato

Giantaddeo Lodevole Andreozzi

Come i lettori più assidui del blog sanno, qualche giorno fa ho proposto un’intervista realizzata a Gino, un 29enne laureato italiano affetto dalla sindrome dello stagismo seriale.

Oggi invece voglio mostrarvi l’altro lato della medaglia, proponendovi l’intervista ad un raccomandato di ferro, un vero esperto del multi-level working. Un’intervista che rivelerà il lato oscuro dell’essere raccomandati, cose che noi gente normale non sappiamo e non avremmo mai immaginato.

L: Salve dottor Andreozzi.

A: A lei caro.

L: Andreozzi, lei si considera un raccomandato? La infastidisce questa parola?

A: Io sono fiero di essere raccomandato. Raccomandare vuole dire tenere in grande considerazione qualcuno e io sono quel qualcuno!

L: Come ha iniziato con le raccomandazioni?

A: Beh, la storia è lunga, vogliamo partire da quelle volta in cui il ginecologo che mi fece nascere doveva….

L: Mmmm, partiamo dal suo primo contatto col mondo del lavoro.

A: Ok…allora…avevo 22 anni e poca voglia di fare. Sapevo che Zio faceva questa cosa della politica ma a me di stare in mezzo a quei vecchiacci non andava e chiesi di poter entrare nel settore della finanza…e così tre telefonate dopo ero il numero due di questa banchetta di provincia…d’altronde la gavetta tocca a tutti no?

L: Si, suppongo. E come viveva il suo status di raccomandato? La gente la trattava in modo diverso?

A: Lo vivevo benissimo. Potevo fare cazzate e la colpa se la prendeva il direttore, se non mi andava di andare a lavorare una mattina o una settimana dicevo che stavo male e amen…ma in breve mi stufai del settore bancario e mi feci raccomandare per un altro posto, e poi un altro ancora…

L: Insomma, qualunque suo desiderio era un ordine.

A: Si…ma non creda che il mondo delle raccomandazioni sia tutto rose e fiori…più mi facevo raccomandare e più….(Andreozzi pare trattenere a stento le lacrime, fissa il vuoto  con aria grave, ndr).

L: Continui, continui Andreozzi, la gente deve sapere.

A: Ecco…è che questa cosa delle raccomandazioni mi aveva preso troppo la mano…e ormai mi sentivo incapace di relazionarmi con le persone che non conoscevo senza l’aiuto di qualcuno…

L: Può farci un esempio?

A: Beh…venendo qua prima…vedo questa nuova gelateria…vengo assalito dalla voglia di un gelato ma non conoscevo nessuno là dentro e così….

L: Così?

A: Così per entrare a prendere un gelato ho dovuto chiamare mio cugino e chiedergli di entrare in gelateria e parlare di me al proprietario…solo a quel punto sono entrato ed ho ordinato due palline al gusto di puffo.

Verità scottanti, verità nascoste, verità vere.

Non tutti i mali vengono per nuocere ma nemmeno tutti i beni vengono per benedire.

Andreozzi prima di andarsene mi chiede di mettere una buona parola per lui al portiere del mio palazzo perché prima passando gli pareva l’avesse guardato male, e lui non ama sentirsi non amato.

Fate tesoro di quanto emerso da questa intervista, mi raccomando.

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10 pensieri su “Confessione di un raccomandato

    1. Cara lilaccci,

      penso che sia normale invidiare un po’ il buon Andreozzi che apparentemente ha meno problemi di noi poveri cristi alla perenne ricerca di un lavoro quanotmeno retribuito (non azzardo adatto alle nostre qualifiche).

      E’ vero anche però che lui non avrà mai la soddisfazione che proveremo noi quando (se mai?) raggiungeremo il nostro obbiettivo per il quale tanto abbiamo lottato e studiato.

      Un abbraccio (a tempo determinato e gratuito)

  1. Pure io sono un raccomandato veronese, e allora? noi prendiamo tanti soldi lavorando poco e allora? io a fine mese ci arrivo senza problemi e degli altri non mi importa nulla.. quando posso andare in bici farmi le lampade, le cerette e le creme per me il resto non conta nulla!

      1. Che fai mi prendi in giro? Guarda che tanto il posto non me lo leva nessuno! E quindi posso scrivere quello che mi pare senza problemi sai?

  2. Se io ero il cugino di Andreozzi non ci andavo a prenderli il gelato. Uno scemo del genere deve svegliarsi. Ma per il suo bene non per altro.

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